Le radici sono il  futuro

Le radici sono il futuro.
Sono al futuro: guardano avanti in quella direzione.
Hanno un passato che le nutre, affondano nel presente, ma esistono per il futuro, altrimenti non potrebbero essere, non verrebbero nemmeno al mondo.
Hanno un progetto: se non l'avessero, seccherebbero.
Dal fondo del passato, rivolgendosi al futuro, sono esse stesse futuro. Sono memoria e futuro, memoria di futuro.
Non stanno le radici, vanno.
Dentro di esse, coesistono l'idea e la natura dell'abitare e dell'andare, del residente e del viaggiatore, del nomade e dello stanziale.
Sono destino e destinazione.
Per questo sono davanti e non dietro; non sono in basso, ma in alto, verrebbe quasi da dire in altro. Rappresentano i nostri polpastrelli, i nostri occhi, ciò che per primo entra in contatto con l'altro. Non sono la nostra cuccia, il nostro rifugio.
Sono le lenti attraverso cui leggere e vivere il mondo.
Sempre in cerca - di sostentamento, di arricchimento, di acqua, di altro -, è con l'altro che fanno i conti. Si ridefiniscono a ogni incontro.
Si sagomano sulla base delle relazioni con cose e persone, culture e nature.
Dunque, ci fondano.
Nascoste, disegnano la nostra faccia e determinano i nostri atteggiamenti, le nostre azioni e reazioni.
Non meno che fondamento e fondamenta, le radici sono vento e nuvole: sondano, scavano, cercano, viaggiano, volano, svaporano.
Ma salde rimangono nella lingua.
Soltanto la lingua conquistata al fine di esprimersi, quella che si coltiva come un giardino, che non è mai data una volta per tutte, è l'unico territorio in cui si può non rimanere stranieri.
A ben vedere, in fondo, a ben ascoltare, le radici sono le storie che ci raccontano: che raccontano a noi e di noi raccontano, che noi raccontiamo.
?>